Tutti in campo: l’AI al servizio dell’innovazione sociale
a cura di Manuela Iapaolo, Mirko Lombardi

Nel dibattito pubblico, seguendo la scia del successo e delle conseguenze dei social network, l’AI viene considerata uno strumento fonte di individualizzazione e frammentazione. Questa convinzione non tiene conto in realtà delle possibilità, spesso definite incalcolabili, di questa tecnologia che potenzialmente chiama in causa tutti, soprattutto il mondo del Terzo Settore e della società civile. Difatti, l’AI può diventare uno strumento per potenziare relazioni, migliorare il senso delle azioni collettive e rafforzare la coesione sociale. Il report “AI for impact: The Role of AI in Social Innovation” voluto dal World Economic Forum, pubblicato nel mese di giugno 2024, restituisce un panorama degli effetti dell’implementazione dell’AI in segmenti come l’impatto sociale, la geografia e lo sviluppo di benessere globale. Il report è stato sviluppato in collaborazione con Microsoft ed EY. Esso si basa su approfondimenti raccolti da oltre 300 casi di studio sull’innovazione sociale, interviste ad esperti del settore ed introduce il modello PRISM (Principles for Responsible Implementation, Scale and Management of AI) che consiste nella realizzazione di una guida all’adozione progressiva e responsabile dell’AI per un impatto positivo, mettendo in evidenzia anche i rischi e le carenze da affrontare.

Come possiamo vedere dalla fig.1 alla base ci sono capacità e rischi, nel mezzo i percorsi di adozione mentre, in cima troviamo gli impatti e le strategie. “Considerare le capacità e i rischi dell’etica garantisce che i sistemi di AI siano intelligenti ed equi allo stesso tempo”, spiegano gli autori dello studio. Oltre la metà (54%) degli innovatori sociali sta attualmente sfruttando l’intelligenza artificiale per migliorare prodotti o servizi di base e quasi il 30% la sta utilizzando per sviluppare soluzioni completamente nuove. In molti casi, il successo dell’innovazione risiede nella partecipazione e nel coinvolgimento di un’ampia varietà di interessi, tra cui gli utilizzatori e i beneficiari dell’innovazione, oltre che i produttori e i fornitori. Il report in oggetto è scaricabile al seguente link: https://www3.weforum.org/docs/WEF_AI_for_Impact_Prism_Framework_2024.pdf
AI nel sociale e il ruolo potenziale del Terzo Settore

L’AI già oggi si sostituisce alle prassi operative dell’assistenza alle persone fragili (anziani o disabili) apportando miglioramenti sostanziali alla loro vita.
Le sue applicazioni spaziano dall’assistenza diretta, come gli algoritmi che trascrivono in tempo reale il parlato per le persone con disabilità uditive, a strumenti di lettura per non vedenti che descrivono testi e ambienti circostanti. Tecnologie più avanzate, come le protesi intelligenti e i dispositivi di mobilità adattabili, migliorano la sicurezza e l’autonomia degli utenti con disabilità motorie. Le interfacce utente controllabili con minimi movimenti oculari o facciali permettono a persone con gravi limitazioni fisiche di navigare sul web e usare dispositivi digitali. Inoltre, l’AI può facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro, prevenendo discriminazioni grazie a algoritmi di job matching o offrendo scenari di preparazione ai colloqui di lavoro per persone neurodiverse.
Come conciliare l’intelligenza artificiale con l’etica e con la missione sociale? Come usarla per creare valore di comunità?
L’accessibilità è una esigenza fondamentale in questa nostra era digitale, nella quale la tecnologia ha interessato ogni risvolto delle nostre esistenze. Da qui l’urgenza dell’abbattimento delle barriere architettoniche digitali, in un mondo in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa 1,3 miliardi di persone soffrano di disabilità significative, il 16% della popolazione mondiale.
Tralasciando l’aspetto etico, difficilmente affrontabile in questa sede, e appurata la funzionalità dell’AI e alle sue indefinite potenzialità, rimane una questione centrale che il Terzo Settore e la società civile possono e dovrebbero affrontare: l’accessibilità.
Ci si dovrebbe chiedere come questi strumenti possano essere utilizzati anche da soggetti vulnerabili o marginalizzati e quale ruolo gli erogatori di questi possano o debbano intermediare nella scelta, l’uso, il monitoraggio e la valutazione di impatto dell’uso.
I risultati dell’indagine Istat “Istituzioni Non Profit e Digitalizzazione”, pubblicata nel mese di aprile 2024, offre un quadro non entusiasmante sull’utilizzo di tecnologie digitali. Sebbene circa il 70% disponga di connessione fissa o mobile, solo il 36,1% utilizza piattaforme digitali, il 10,1% servizi di cloud computing, 1,1% strumenti e tecnologia per analisi big data e il 2,2% altre tecnologie digitali (Internet of things, robotica, stampa3D, blockchain). L’indagine è consultabile al seguente link:

La preoccupazione sui costi, la scarsa formazione del personale, la questione etica e di privacy, il timore di perdere il contatto umano e la scarsa propensione al cambiamento e all’adattamento frena questo processo.
Che una nuova programmazione condivisa e la creazione di consorzi ad hoc siano la soluzione?

Autismo: cosa significa realmente?

Quante volte hai sentito pronunciare l’espressione autismo o Disturbo dello spettro autistico? Forse conoscerai una persona affetta da tale sindrome, ma sai davvero cosa significa avere questo disturbo?
Il 2 aprile è stata la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. Molto spesso, però, manca ancora una buona conoscenza di questa condizione, delle sue caratteristiche e dei possibili interventi per aumentare la qualità della vita delle persone nello spettro. Facciamo un po’ di chiarezza insieme.
L’espressione autismo deriva dal greco autòs, “sè stesso” ed indica la prima caratteristica osservata in soggetti affetti da tale sindrome, ovvero l’autoreferenzialità intesa come difficoltà nel cogliere le emozioni ed i pensieri altrui.
Nel 1943 Leo Kanner, pediatra tedesco, coniò il termine “autismo infantile precoce” proprio per descrivere una costellazione sintomatologica comune ad un gruppo di 11 bambini da lui osservati.
Attualmente, è possibile identificare le caratteristiche dell’autismo in quella che, in gergo tecnico, viene definita la triade sintomatologica. Essa includeil deficit nell’interazione sociale e nella comunicazione ed i comportamenti ripetitivi e stereotipati.
Con il termine deficit nell’interazione sociale si indicano i soggetti affetti da autismo che mostrano difficoltà di natura relazionale. Difficoltà che riscontrano anche nel sintonizzarsi con le emozioni ed i pensieri altrui. Infatti, in tali soggetti risulta compromessa la ToM (Theory of Mind), ossia la capacità di attribuire emozioni, contenuti mentali, desideri, intenzioni non solo verso sé stessi, ma anche verso gli altri e nello stesso momento comprendere che gli altri abbiano un sistema di credenze diverse dalle nostre.
Nondimeno, negli individui affetti da autismo, si riscontra un deficit nella comunicazione, ossia un ritardo nello sviluppo del linguaggio e, contestualmente ad esso, una marcata difficoltà da parte dell’individuo nel cogliere la funzionalità del linguaggio per poter esprimere al meglio i propri bisogni. Ed è proprio per tale motivo che vengono utilizzati strumenti ad hoc per guidare il soggetto nella comunicazione dei propri desideri e/o necessità.
La presenza di comportamenti ripetitivi e stereotipati è molto spesso legata alla routine del soggetto affetto da autismo, il quale vive un sovraccarico cognitivo ogni qualvolta le abitudini vengono alterate anche se di un giorno. Pertanto, tali comportamenti ripetitivi e stereotipati spesso sono funzionali per mettere in atto un’autoregolazione.

Dal 2013 la definizione di suddetta sindrome è passata da “autismo” a “Disturbo dello spettro autistico” proprio perché è stato osservato che, nonostante i criteri diagnostici, ciascun individuo presenta caratteristiche ed elementi che rendono tale sindrome estremamente variabile e influenzata da caratteristiche individuali. Significa, in pratica, che con il termine “autismo” vengono indicati in realtà sindromi differenti.
A ottant’anni dagli studi di Kanner la società risulta ancora molto arretrata in termini di inclusività ed integrazione.
Benché si pianifichino molteplici piani di intervento per aiutare i soggetti affetti da tale sindrome per sentirsi meno “diversi” la componente sociale e culturale gioca un ruolo sfavorevole.
Come riportato da ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di persone con disabilità intellettive e/o relazionali), dal 2021 al 2023 le diagnosi di autismo sono raddoppiate e questo dato purtroppo è aleatorio; significa, infatti, che nel mondo le persone che necessitano di tale diagnosi e di percorso terapeutico comportamentale sono ancora molte anche se non diagnosticate.
Le famiglie, infatti, seppur consapevoli di avere la necessità di svolgere esami specifici per i propri figli nutrono un forte timore nell’effettuarli proprio per paura del risultato.
Quanto spesso ricorre il luogo comune che una persona autistica è problematica?
Nella pratica clinica ho potuto osservare come il problema non sia tanto la certezza della diagnosi quanto lo stigma sociale che potrebbe derivare da ciò.
La società vede il bambino affetto da autismo come “diverso ed imprevedibile” e questo non solo spaventa, ma limita l’interazione tra pari ed al contempo anche la famiglia viene compatita ed emarginata.
C’è qualcosa che la società può fare per aiutare chi soffre di Disturbo dello spettro autistico?
Assolutamente sì, cioè conoscere.
Chi scrive questo articolo è una Psicologa ed Educatrice Professionale che da anni si occupa di Disturbo dello Spettro Autistico e lavora, quotidianamente e duramente, per favorire l’inclusione scolastica e sociale. Mi capita non dirado di osservare come spesso si adottino comportamenti protettivi ed evitanti verso i bambini e ragazzi con particolari esigenze.
Risulta importante e fondamentale offrire una formazione adeguata a tutti coloro che lavorano e sono a diretto contatto con i bambini con Disturbo dello Spettro Autistico, al fine di offrire strategie comportamentali adeguate e volte all’inserimento del ragazzo o bambino all’interno del gruppo dei pari, aiutandolo così nel raggiungimento delle autonomie di base (lavarsi, vestirsi, andare in bagno in autonomia, ecc).
Si teme solo ciò che non si conosce.
Proprio per questo motivo è importante lavorare per fornire psico-educazione sul funzionamento mentale di chi soffre di Disturbo dello spettro autistico così da conoscere meglio e non temere eventuali conseguenze.
I soggetti affetti da Disturbo dello spettro dell’autismo sono talvolta estremamente geniali e hanno tanto da dare al mondo, se viene data loro la possibilità.
Ogni persona è diversa, ha un proprio carattere ed una propria personalità. Un autistico non fa eccezione.
Articolo della Dott.ssa Ashanti Coticchia
Psicologa Clinica e della Salute
Psicoterapeuta CBT
Educatrice Professionale
Membro del CD S.E.N.S.I.
